Il governo Draghi alla prova dei social

Analisi a cura di Pietro Bellini e Paolo Bovio, elaborazione dati di Enrico Maria Longo

Il silenzio di “Super Mario” e l’incognita del consenso

“Banksy, Mina, Salinger, Daft Punk: qual è il filo rosso che unisce tutte queste figure? Nessuno di loro si fa vedere. Nessuno di loro si lascia fotografare.”

Questa battuta di “The Young Pope” è stata largamente citata negli ultimi giorni per descrivere quella che sembra essere la direzione intrapresa da Mario Draghi. A differenza di Conte, che aprì i propri canali social alla vigilia della nomina a Presidente del Consiglio, l’ex numero uno della BCE ha preferito estendere il proprio silenzio anche ai social. Un elemento di forte discontinuità rispetto a quasi tutti i leader che l’avevano preceduto, che invece avevano costruito gran parte del proprio consenso grazie a un forte presidio delle conversazioni in rete.

Draghi stesso avrebbe esortato i propri ministri nel corso del primo Cdm a comunicare solo quando necessario, lasciando che siano i fatti a parlare. Un’indicazione apparentemente chiara e condivisibile, capace di generare apprezzamento quando non addirittura entusiasmo. Una scelta forte che tuttavia lascia aperti molti interrogativi: sia rispetto ai meccanismi di costruzione del consenso con cui anche il “governo dei migliori” sarà necessariamente chiamato a confrontarsi, sia rispetto all’ampio margine di manovra lasciato alle forze politiche, di maggioranza e non.

Il principale rischio di questo atteggiamento, infatti, è proprio quello di lasciare che siano altri stakeholder a dettare l’agenda politica, riempiendo così il vuoto lasciato da Draghi/palazzo Chigi e indirizzando il dibattito pubblico verso altre priorità rispetto a quelle stabilite dal Presidente del Consiglio. Basti pensare a quanto successo qualche settimana fa, dopo le dichiarazioni di Walter Ricciardi in merito alla necessità di un nuovo lockdown rigido, con il centrodestra all’attacco del ministro della Salute Speranza per la firma della chiusura degli impianti sciistici alla vigilia della loro riapertura. 

Gli attacchi incrociati tra le forze di governo o da parte dell’opposizione (finora tiepida ma potenzialmente in crescita) potrebbero spostare il focus dell’opinione pubblica dalle priorità di Draghi alle polemiche tra i partiti. L’immagine di Draghi rischierebbe, allora, di trasformarsi rapidamente da quella di un leader con un forte mandato dall’alto a quella di fragile mediatore tra le diverse componenti della maggioranza. 

Gli stessi partiti, del resto, hanno espresso perplessità su questa scelta del Premier, che non è intervenuto in prima persona nemmeno durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo Dpcm, delegando ai Ministri Gelmini e Speranza il compito di illustrare le misure di contenimento contro il Covid-19.    

Una nuova centralità per i canali di Palazzo Chigi?

Una prima inversione di rotta però si è intravista con un video pubblicato sui canali social di Palazzo Chigi in occasione della Giornata internazionale della donna.

Nel suo videomessaggio, Draghi ha toccato una serie di temi, tra cui il contenimento dei contagi, il piano vaccinale nazionale e la necessità di politiche che favoriscano l’occupazione femminile. 

Non disponendo di profili personali, Draghi ha pubblicato il video sui canali social ufficiali di Palazzo Chigi, che contano complessivamente circa 2 milioni di follower, distribuiti soprattutto sulle piattaforme Facebook e Twitter.

Il video dell’8 marzo ha rappresentato la prima occasione in cui Draghi ha parlato sui social della direzione intrapresa dal suo governo. Sarebbe però improprio definirlo un “messaggio agli italiani”: si trattava di un videomessaggio registrato per una conferenza promossa dalla ministra Elena Bonetti, solo successivamente pubblicato sui canali di Palazzo Chigi.

Un po’ poco per poter parlare di una svolta comunicativa, certo. Questo però potrebbe essere l’inizio di una nuova fase, in cui i canali social di Palazzo Chigi acquisiranno maggiore centralità all’interno della strategia comunicativa del Presidente del Consiglio. Che non potrà non tenere conto del consistente share-of-voice dei ministri che compongono il suo governo.

Ministri social: chi pesa di più?

Analizzando le fanbase della nuova compagine governativa aggregandole per gruppo parlamentare, troviamo che il M5S è la componente che gode del più ampio seguito sui social. Un primato che è diretta conseguenza dei quasi 4 milioni di follower di Luigi Di Maio, che anche il ministro con la fanbase più ampia. 

Al secondo posto di questa classifica troviamo Forza Italia con 1.172.080 di follower equamente distribuiti tra i suoi tre ministri Carfagna, Gelmini e Brunetta. Solo terzo il Partito Democratico con 874.710 follower. Seguono nell’ordine Liberi e Uguali, Lega, Italia Viva e i tecnici.

Dopo il già citato Di Maio, la classifica dei ministri più seguiti vede – a lunga distanza – il ministro della Cultura Franceschini, la ministra per il Sud Carfagna, il ministro della Salute Speranza e la ministra per gli Affari regionali Gelmini. Nessuno dei quali supera però la soglia del milione di follower.

Merita una sottolineatura il ridotto peso dei ministri leghisti, singolare se si pensa all’avanzato ed esteso utilizzo delle piattaforme da parte del loro partito (e, certamente, compensato dalla potenza di fuoco del leader Matteo Salvini, come vedremo tra poco). Gli esponenti del Carroccio entrati a far parte della squadra di governo hanno finora dimostrato una scarsa propensione social: si potrebbe dire, nel caso del ministro per lo Sviluppo economico Giorgetti, inversamente proporzionale al peso specifico del ruolo rivestito.

Fuori dal governo: i leader della maggioranza

In questo quadro, a risultare determinanti potranno essere le scelte dei leader delle forze di maggioranza. Rimasti fuori da incarichi di governo, i big dei partiti restano detentori delle quote più consistenti di share-of-voice nell’arena social. Con Matteo Salvini che resta primo a 8,2 milioni di follower complessivi, seguito a distanza da Giuseppe Conte, che a breve sarà ufficializzato nuovo capo politico del M5S e potrà contare su una fanbase da 6,7 milioni di follower. Più staccati i leader di centrosinistra: Matteo Renzi si è assestato a quota 4,7 milioni, mentre il dimissionario segretario PD Zingaretti è di poco sopra il milione di fan complessivi.

Numeri, in ogni caso, altissimi, potenzialmente in grado di pesare molto nell’agenda-setting. Finora, tuttavia, la nascita di un governo che include quasi tutte le forze elette in parlamento sembra aver portato a una generale anestetizzazione del dibattito e a un certo calo degli attacchi interni verso forze di maggioranza.

Come si nota anche dal grafico che mostra l’andamento dell’engagement dei principali leader di partito, a partire dal 3 febbraio (data del conferimento del mandato a Draghi) si osserva un calo diffuso nelle interazioni con i post.

E la contrazione più evidente la registra Matteo Salvini. Ma lo stesso discorso vale, finora, anche per Giorgia Meloni, nonostante Fratelli d’Italia sia l’unica forza di opposizione parlamentare.

Lo spazio dell’opposizione

L’opposizione, appunto. Se da un lato gli ex Cinquestelle espulsi dal Movimento sono ancora alla ricerca di una leadership e di un posizionamento chiaro, dall’altro Giorgia Meloni – seconda solo a Salvini quanto a fanbase: 3,7 milioni – dovrà trovare il giusto tono per sfruttare lo status di unico partito d’opposizione, senza infastidire gli alleati di coalizione. Un posizionamento che sembra premiare Fratelli d’Italia, che secondo un sondaggio di SWG sarebbe cresciuto dell’1,3% nelle intenzioni di voto dopo la nascita dell’attuale governo, arrivando al 17,5%.

Analizzando i post pubblicati da Giorgia Meloni nelle ultime settimane si nota da subito l’assenza di attacchi diretti a Draghi. Anche nel giustificare il voto contrario alla fiducia al nuovo governo, Meloni non attacca direttamente il Pres. del Consiglio, ma l’eccessivo “peso della sinistra nell’Esecutivo”. Il principale bersaglio restano infatti le restrizioni contro il Covid-19, come nel caso della chiusura degli impianti sciistici. 

Resta da capire quanto potrà durare la pax draghiana. Gli equilibri interni del centrodestra restano fragili e se Meloni dovesse trarre troppo vantaggio dal proprio posizionamento, gli alleati potrebbero infastidirsi. Al tempo stesso le frizioni tra le diverse anime del governo potrebbero portare a rivoluzioni in maggioranza.

E chissà che l’assenza di un’opposizione radicale non finisca per dare centralità mediatica a piccoli partiti e formazioni extraparlamentari.Un dato è certo: al momento, a esprimere le critiche più accese al governo Draghi sono una testata come Il Fatto Quotidiano e i suoi giornalisti, da Marco Travaglio ad Andrea Scanzi. Negli ultimi anni il Fatto ha esercitato una crescente influenza sulle scelte del M5S, ma oggi si ritrova di fatto all’opposizione di un governo di cui il Movimento, con i numeri che ha in Parlamento, è il principale azionista di maggioranza. Prevarrà, dall’interno, la linea “governista” dei gruppi parlamentari, oppure spinte esterne come quella del Fatto e della galassia social più movimentista? Anche questa è un’incognita che potrà segnare la traiettoria del consenso del governo del Professore.

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