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Una grande cerimonia civile

Ci possono essere certamente diversi metri per misurare gli effetti di Expo 2015. Si può pensare di produrre una tabella excel con i dati economici essenziali per comprendere se il bilancio economico è in pareggio o meno. Ma bisognerebbe essere davvero convinti che questo è il metro di giudizio adeguato per un evento di questo tipo. Si potrà disquisire se i 21 milioni di visitatori (di cui 17 italiani) siano tanto o poco lontani dai 24 milioni obiettivo. Si potrà discutere se i contenuti sono davvero passati o si è trattato soprattutto di una fiera mangereccia. Ma anche in questo caso si potrà dubitare che questo sia il metro capace di misurare un movimento così diffuso e capillare che ha interessato 17 milioni di italiani e molto probabilmente almeno tanti altri che avrebbero voluto farlo ma non hanno potuto.

Però per chi si occupa di comunicazione questi metri di misura non sono sufficienti. Soprattutto chi si occupa di comunicazione deve fare i conti con una forma particolare di potere che esiste nelle società umane: il capitale simbolico. Quel campo di interessi e conflitti nel quale si generano le motivazioni all’agire.

Gli umani non decidono cosa pensare e cosa fare seguendo i calcoli di pallottolieri o calcolatori elettronici, non sono principalmente ottimizzatori di costi e benefici, hanno bisogno di dare un senso alle cose che fanno e quindi hanno bisogno di riti, miti e cerimonie civili! Certo con i soldi investiti per l’Expo si potevano fare scuole e strade; è vero ma gli umani appena trovata una caverna per ripararsi e stare un po’ più sicuri,  acceso un fuoco per riscaldarsi hanno cominciato a disegnare “inutili” animali sulle pareti e a picchiare pezzi di legno e pietre per farsi compagnia. Gli umani hanno bisogno di vivere esperienze che danno senso alla loro vita raccontandole a se stessi e raccontandole a altri.

Siamo di fronte ad una grande cerimonia mediatica e la chiave di lettura non può che essere quella che hanno suggerito nel loro libro Daniel Dayan e Elihu Katz.

Expo 2015 quindi non può essere compreso se non si considera che riti e miti sono essenziali nella vita di una comunità. Una grande cerimonia civile ha successo (oltre al fatto che funzioni sufficientemente bene) se rispondere a bisogni semplici ma reali che molti non capiscono per un atteggiamento intellettualistico. Una cosa assai analoga accadde con Italia 61: grande successo di popolo e ma molte critiche dai settori dell’aristocrazia culturale.

Expo 2015 è capitato in un momento particolare della vita della società italiana quando tante persone sentivano il desiderio e il bisogno di potersi identificare con un’esperienza di successo, qualcosa di riconosciuto internazionalmente, qualcosa che potesse far sentire orgogliosi, dire “io c’ero”. Sentivano il bisogno di potersi sentire parte di un racconto positivo aperto al futuro. E allora su questa dimensione il calcolo costi benefici della tabella di excel non conta più. Le polemiche sui numeri previsti e quelli realizzati suonano stonate.

Per questo da Expo 2015 escono sconfitti coloro che non riescono a raccontare se stessi (gli italiani) se non in una chiave negativa. Mentre escono vincitori (anche con un po’ di buona sorte) coloro che hanno scommesso di potercela fare. E professionalmente viene confermato il fatto che un messaggio forte ha sempre tre caratteristiche: speranza, futuro, beneficio (materiale o meno).

Certo ora queste speranze legate a Expo 2015 bisogna che non vengano tradite, che rimangano ragionevoli. Altrimenti il senso di depressione sarà molto forte e potrebbe diventare un boomerang. La tensione emotiva va tenuta alta e la depressione del post va battuta sapendo che gli sconfitti torneranno all’attacco per raccontare l’Italia dei fallimenti, delle porcherie e degli inciuci perché per molti questa è la loro ragion d’essere.