Una smentita è una doppia affermazione. È una regola aurea di chi interagisce con il sistema dell’informazione. Se ci sono i termini denuncio per diffamazione e lo faccio sapere, ma non faccio parlare i giornali un’altra volta della stessa vicenda (a patto che il silenzio non venga frainteso come un’ammissione di responsabilità).
Ma la smentita può avere un significato più ampio, non necessariamente legato alle affermazioni dei giornali. Si può, ad esempio, smentire l’affermazione dell’avversario politico. Ecco, anche in questo caso la smentita è controproducente. Dire il contrario usando la stessa metafora, rovesciando la frase, non fa che esaltare quella originaria. Dire non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani è citare e rilanciare l’originale, significa parlare e citare i primi che hanno utilizzato la metafora, significa metterli e lasciarli al centro dell’attenzione.
Silvio Berlusconi l’ha capito benissimo e da un paio di giorni non vuole che si definiscano primarie le assemblee per la formazione dei gruppi dirigenti locali del Pdl. Se il Pdl parla di primarie parla del Pd, riconosce la validità di quella strada intrapresa, riconosce che il Pd ha capito prima il problema della legittimazione dei gruppi dirigenti attraverso forme ampie di coinvolgimento degli elettori.
Quindi se si usa l’affermazione che si vuole controbattere ribaltandola in senso negativo non si ottiene il risultato atteso, ma si ottiene il contrario.
Questo vale oltre le relazioni con i media ma anche per le relazioni con le persone non mediate dai mezzi di comunicazione: l’esperienza della vita di tutti i giorni, le opinioni che le persone si formano filtrando i messaggi dei media e reagendo agli accadimenti, appunto, vivendo.
E questo ragionamento può essere applicato ai costi della politica che sta diventando uno dei temi centrali del clima d’opinione di questo momento, uno dei solchi che dividono gli elettori. E quindi: usare il termine casta per dire che non esiste, ottiene l’effetto contrario, alimenta le critiche!
Ma anche accettare come terreno della competizione quello dei tagli è difensivo e debole (perché solo ora e perché solo questo?). Da un lato di fatto si riconosce di essere “casta” come gli altri e dall’altro si propongono pannicelli caldi a una questione che non è contabile ma un drammatico problema di legittimità della rappresentanza, un nodo cruciale della democrazia degli anni 2000, in cui la tv ha distrutto il dietro le quinte, la secolarizzazione le fedeltà del ‘900, la scolarità e l’accesso alle informazioni hanno fatto crescere la consapevolezza dei diritti e la sensazione di poter e dover dire la propria sul “potere”. E, dulcis in fundo, internet ha creato un’entropia fantastica che accelera le informazioni e la loro pervasività.
Bisogna mettere in campo un altro vocabolario, altre metafore e comportamenti coerenti. Bisogna fare e parlare d’altro, delle cose buone e positive che la politica fa davvero. Fino a che non si riuscirà a creare questo spostamento di significati, accettare la competizione tra chi afferma con più forza la necessità di tagli, accelera solo una spirale senza fine che travolgerà tutto, bambini e acque sporche.
Anche perché la metafora “casta” non evoca tanto una questione di livello di reddito, ma di privilegi, di favoritismi, di scorciatoie che deformano i sistemi di promozione sociale. Il campione di questa realtà è il paradigma Bisignani ma credo di non esagerare se sostengo che quel modo di fare sia diffuso e consolidato a tutti i livelli nella nostra società. Qualsiasi idea positiva nel campo degli affari o in quello culturale deve affrontare il tritacarne delle relazioni amicali di cui partiti, correnti, cordate e tribù sono diventati una componente essenziale.
Solo mettendo mano in modo credibile a una lucida e coraggiosa descrizione di cosa è diventata oggi la “politica per chi vive di politica” si potrà modificare la percezione che di questa hanno “coloro i quali vivono per la politica”, cioè coloro che ancora le attribuiscono una funzione positiva sapendo, però, che già molti italiani pensano che essa sia solo un costo, forse non solo inutile ma dannoso. Solo un modo di descrivere credibilmente un’attività politica consapevole delle proprie responsabilità, animata davvero dal desiderio di diminuire la propria influenza per qualificarla, può assumere una nuova legittimazione a guidare il paese. Ma vecchie parole o vecchie metafore non servono a descrivere e motivare nella nuova realtà.
La “notizia” più preoccupante dei giorni scorsi era la foto a colori in prima pagina del Corriere della Sera che ritraeva una mamma felice che giocava con la sua bambina in un parco pubblico con questo titolo “Belgio da 400 giorni senza governo e tutto funziona”.
(da Europa 26 luglio 2011)