Repubblica Firenze . Giovedì 3 novembre 2011
Intervista a Mario Rodriguez, docente di comunicazione pubblica a Milano
«La crisi ci insegna che non tutti i bisogni sono nostri diritti”
«Ci sono tre concetti che cambiano significato con questa crisi: diritti, bisogni, responsabilità individuali. Parole che vanno ripensate profondamente». Mario Rodriguez, titolare di un’agenzia di comunicazione, è professore a contratto all’Università di Milano di Comunicazione pubblica e relazioni con gli utenti. Si occupa di studiare fenomeni sociali e servizi.
Tagli sempre più pesanti. Come entra in gioco il terzo settore?
«Intanto, va rivisto il rapporto tra cittadini e istituzioni. Dobbiamo essere noi i primi a smettere di pensare che lo Stato risolva i nostri problemi e sia erogatore unico di servizi. Ora servono altre capacità per coordinare la nuova responsabilità dei cittadini che devono contribuire alla soluzione dei problemi.»
Questa sembra una questione più che altro politica.
«E, infatti, i politici devono adeguarsi a questa nuova fase, insieme a università, chiesa, associazionismo laico e a tutte le presenze culturali del paese. La crisi è strutturale, non momentanea, e quindi occorre mettere bene a fuoco la differenza tra bisogni e diritti. Per capirsi: l’assistenza a un bambino down è un diritto, l’ora di chitarra è un bisogno, anche se tutta la sfera che riguarda l’infanzia deve restare prioritaria.»
Il cambio di mentalità riguarda anche ciascuno di noi.
«Il salto mentale è quello di passare dalla condizione di “cittadino cliente” a quella di “cittadino partner”. In questo nuovo sistema che si sta creando c’è molto volontariato che si mette a disposizione del pubblico e si adatta alle esigenze. Un esempio? Alle Sieci, una scuola avrebbe dovuto tagliare il tempo pieno e invece il sindaco di Pontassieve, Mairaghi, grazie all’accordo con le Misericordie, ha coperto le due ore del pranzo e del riposo senza ricorrere agli insegnanti.»
Possibile immaginare una società che fa “autogestione”?
«In qualche modo, la contemporaneità ci impone un ritorno al passato, la solidarietà sociale è un concetto cattolico ma fa parte anche della storia del movimento operaio che aveva creato le società di mutuo soccorso. Certo, l’apporto del volontariato va attualizzato, dobbiamo attivare forme di competizione trasparente perché non si creino diseconomie o consociativismi corporativi stagnanti. Un pizzico di cultura liberale non fa danni.»
Nell’assistenza agli anziani la cosa è più difficile, no?
«Però bisogna cercare una formula sul tipo delle banche del tempo, che è stata troppo presto accantonata. Anche internet aiuta molto o il “carpooling” per portare le persone in ospedale e alla visita medica. I cittadini dovrebbero dare una mano ovunque, a cominciare dal tener pulita un’aiuola del giardino pubblico; in Veneto ci sono ambulatori formati da medici in pensione: sono ore di lavoro donate alla comunità in nome del principio di solidarietà. Il bene di tutti è anche il mio.»
di Simona Poli



